La cima del Catria è caratterizzata dalla presenza di una grande croce metallica. Non tutti coloro che arrivano a toccarla o la osservano da lontano sanno però che si è di fronte oltre che ad un simbolo di fede anche ad un manufatto di “archeologia” industriale, che può narrarci oltre un secolo di storia.

In occasione dell’Anno Santo del 1900, l’allora pontefice Papa Leone XIII espresse l’idea di un solenne Omaggio al Redentore. A sovrintendere, ideare e organizzare queste celebrazioni nacquero un “Comitato Internazionale”, con sedi a Bologna e Roma (presieduto dal Conte Giovanni Acquaderni) ed un gran numero di “Comitati Locali”. Tra questi il Comitato Romano propose di porre sui principali monti d’Italia dei monumenti dedicati al Redentore. Tra le 20 vette individuate c’era anche il Catria. Il Comitato locale di Cagli,  nell’arco di un anno, raccolti i fondi tra le diocesi di Marche e Umbria coinvolte nel progetto, arrivò alla realizzazione del monumento del Catria. Proprio gli scavi della fondazione della croce portarono alla luce un bronzetto antico, anch’esso simbolo di una fede che in cima al Catria aveva trovato un luogo particolarmente “efficace” per praticarla.


Così vengono descritte la croce e la giornata della sua inaugurazione, nell’agosto del 1901, da Don Cesare Celli di Cagli, fratello di Mons. Raffaele, che del Comitato era stato il promotore:

Uno dei venti monumenti progettati dal Comitato romano per l'omaggio al Redentore, da collocarsi sulle cime più elevate dei monti d'Italia fu inaugurato sul Catria il 22 agosto. Questo consiste in una croce alta da terra metri 18, larga in ogni lato del basamento sei metri, e nelle sue aste quadrate un metro e 15 centimetri, del peso di circa 12 tonnellate, lavorata in ferro laminato, e adorna di borchie e fiorami. Nel centro della base ora lasciata scoperta per non recare impedimento alla folla, e per vedere la composizione dell'ancoraggio, è formata la cappella, della larghezza di due metri quadrati, le cui pareti saranno decorate di tavole di alluminio già pronte, sulle quali sono scolpiti, oltre l'iscrizione commemorativa, i nomi di quelli che hanno offerto almeno 3 lire. al di sopra della cappella in grandi lettere si legge l'iscrizione dedicatoria dettata dallo stesso sommo pontefice Leone XIII: Jesu Christo Deo - Restitua per Ipsum salutis - Anno MCMI - Umbri Picenique Regionis Borealis. La croce è riuscita un lavoro veramente stupendo, per la maestà e la bellezza attraente. Disegnatore ne è l'ingegnere Ceccarelli di Roma, ed esecutore principale il bravo giovane meccanico Pietro Rotoli, dello stabilimento romano del signor Pietro Chicaro. Il medesimo Rotoli è asceso sul Catria, e vi è restato parecchi giorni affrontando la cattiva stagione, per operare colla sua specialissima abilità la collocazione del monumento. E il giovedì 22 agosto ne fu compita [sic] l'inaugurazione, compiendone il rito solenne dopo la messa Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Giulio Boschi arcivescovo di Ferrara, assistito dai vescovi di Cagli, di Fossombrone e di Nocera Umbria [sic], da mons. Radini Tedeschi, da mons. Raffaele Celli, promotore infaticabile dell'opera, dai rappresentanti del comitato locale romano, e di quello esecutivo di Cagli, da parecchie notabilità delle 23 diocesi delle Marche e dell'Umbria che hanno contribuito nella spesa, e da una folla sterminata ivi convenuta da ogni parte in numero di oltre diecimila persone. Una cassa di piombo contenente le liste di tutti gli oblatori fu deposta e cementata in un cavo apposito durante il rito inaugurale. Parlarono applauditi monsignor Celli, il cav. Persichetti, il conte Grossi Gondi e il marchese Clarelli.

La popolazione al mattino fu alquanto turbata dai tuoni e dal temporale lontano e da folta [sic] nebbia, che quindi mirabilmente si dissipò, dando luogo ad un sole splendido che rallegrò in ispecie la cerimonia religiosa. Nelle ore pomeridiane i moltissimi, che erano restati animosi sul monte, partirono soddisfatti, riportando indimenticabile memoria della croce monumentale e della sua inaugurazione.

(Cesare Celli. Monumento al Redentore sul Monte Catria (Umbria), in: L’Illustrazione italiana, n° 37 - 15 settembre 1901, p. 80).


  La fortuna della croce ebbe breve durata. Il 20 febbraio 1907 una bufera l’abbatte, schiantando il traliccio di sostegno poco sopra la cappellina che ne chiudeva la base.

Un’ accurata monografia sulle vicissitudini della croce è stata scritta da Don Ferdinando Radicchi in occasione del centenario della erezione. Con una grande ricchezza di documenti e di immagini viene ricostruita puntigliosamente  la storia di questo monumento, dalla sua progettazione agli auspici per i festeggiamenti del centenario. Basandosi essenzialmente sui documenti del Comitato promotore, il quadro storico e il clima culturale di quelle vicende rimangono, nel lavoro di Radicchi, un po’ in secondo piano.

Altri materiali danno un’idea di cosa significasse l’erezione della croce in cima al Catria in quegli anni. Emblematica dei tempi e, tutto sommato, non così pacifica. Interessante, a questo proposito, è un articolo comparso su L’Appennino Centrale, organo ufficiale della F.A.UM.,  qualche mese dopo il crollo della croce. L’articolo, anonimo, è probabilmente da attribuirsi al geografo Luigi Filippo De Magistris, ispiratore e direttore della rivista stessa:

Il vento ed il peso della neve bianca e lieve che s’è alternata ed indurita negl’interstizi di quella colossale inelegante gabbia di ferro, hanno fiaccato la Croce del Catria, la croce che costò tanto sciupìo di denaro e di lavoro.

Una leggenda assai diffusa fra le popolazioni dell’Appennino Umbro Marchigiano tanto nota a Gubbio (sul versante tirrenico) quanto a Serra San Quirico [sic] (sul versante adriatico), parla di una voce cavernosa che sul Catria, dal giorno dell’erezione della Croce, grida ai pastori intimoriti: «Mi pesa! Mi pesa!». La voce –occorre dirlo?– è quella del Demonio, il quale, probabilmente, si era fatta una villeggiatura sul Catria e mal sopportava il peso di quella Croce posata là su, proprio sulla sua dimora. Ma i pastori dicevano addirittura che la Croce non poteva stare a lungo sulla testa del Demonio e che un brutto giorno sarebbe caduta.

Sotto il velame fantasioso della leggenda, c’era, forse, chiaramente espresso il concetto di chi conosce la potenza della bufera in montagna e sa per conseguenza che, come non resistono alberi isolati, non avrebbe durato quella croce che dava tanta superficie d’investimento ai venti, specie col pesante intreccio dei bracci così alti dal suolo.

Forse la fede de’ popolani pii e semplici di que’ cari paesetti sarà rimasta scossa perché essi credevano in una lotta sorda e tenace fra il Demonio e la Croce e temevano la caduta della croce come segnacolo di gravi gastighi per l'umanità già tanto gastigata.

Forse nelle lontane Signore del Comitato, che tanta attività spiegarono a raccogliere oboli per quella immane costruzione di ferro, balenò triste di sconforto la visione certa d'altri crolli e d'altre rovine.

Per voi contadini, non più sempliciotti come per convenzione vi si canta da' poeti, sembrerà dovere sacrosanto ricostrurre la croce che doveva proteggere i raccolti e che purtuttavia non impedì alle intemperie di scatenarsi su voi e su le messi vostre, con raffiche rabbiose e grandinate devastatrici. Gli stenti della vita vi fanno cullare l'illusione dell'efficacia di quegli innocui e sterili segnacoli, anziché provvedere ad un radicale disciplinamento delle brute forze di natura.

E per voi Signore eleganti, ma non più corteggiate, Signore buone e pie, che vivete de' ricordi degli amori d'un dì forse già lontano, sarà un'occupazione come tante altre pensare alla ricostruzione, e raddoppierete d'attività e di zelo per tèma che dobbiate rispondere un giorno anche di questa catastrofe. I piaceri della vita passata vi spingono all'inutile lavoro de' vostri incipriati ritrovi, invece di occuparvi in opere atte a lenire tante sofferenze.

Quella grande Croce, piantata in vista delle terre umbre e picene agognanti a Roma - ma alla Roma libera ed una, spregiudicata e pagana, non alla Roma che l'intenzione delle donatrici devote timidamente sognava - doveva dimostrare la perennità de' voti di tante genti, la fermezza de' desideri di tante donatrici, insieme col disprezzo della mondanità e l'aspirazione alle più sane idealità.

Invece.... col suo crollo recente mostra che invano si fa assegnamento sulla perennità de' propositi umani; i quali forse, non sono sempre sinceri e vengono, or più or meno, lentamente logorati dalla ruggine e dalle intemperie proprio in quei punti che dovrebbero rinsaldarli.

Ma l'umana caparbietà, che sa nascondersi sotto più degne vesti, non si darà vinta: pezzo per pezzo, con raddoppiati sacrifici, tutte le traverse verranno raccattate, addrizzate, aggiunte o rinnovate, e con paziente ostinazione ricollocate a posto, con altri bolloni [sic] e più forti dadi, come prima che vento e neve avessero ragione della vana opera.

Né paghi della ricostruzione costosa, né convinti dell'edacità del tempo, su altri monti nostri, a ben altro anelanti, come non bastassero le Croci seminate un po' da per tutto su i picchi d'Italia nostra, se n'alzeranno di nuove, e si pianteranno novi testimoni dell'attività sprecata di tante Signore elette, sulle vette ancor prive.

Se la nostra voce, dissonante sempre, potesse giungere in mezzo a certi Comitati, vorremmo poter convincere le piissime e sante persone là torneanti a non gettar via denaro e tempo in fatue opere d'umana vanità. Oh quanti ospedali privi del puro necessario! quanti asili ed istituti insufficienti a raccogliere decentemente le miserie ed i dolori esorbitanti di qua giù, anelerebbero una parte del denaro che si profonde pazzamente nelle costose Croci di montagna!

Ma ingenuo è lo sperare.

Lo spirito farisaico non si spegne per ora: esso soffia e penetra ancora, a loro insaputa forse, per entro i convegni delle compunte Signore desiderose d'un'attività che dicesi caritatevole e che è tanto più ottima, per le promotrici, a riparare le giovanili scappatelle mai dimenticate, quanto, per noi, riesce più mondanamente sterile.

Esse ormai hanno la via tracciata.

L'ossessione che le colse sul principio del novo secolo le pervade tutte ancora e vuole che per loro opera le montagne d'Italia diano, a noi ed ai posteri, il quadro dolorante d'uno smisurato cimitero. Non sono tanto brutti e tanto sterili i nostri monti da far pietà? Croci, dunque, ovunque e sempre Croci sulla tomba delle nostre energie spente, sopite, eternamente latenti!

Ma quelle Croci non furono, forse, spinte così in alto con la speranza d'allontanar dal basso la Croce de' rimorsi? Segregandole là su ove non andranno mai, ché i piedini stanchi delle nostre Maddalene non son assuefatti ai ciottoli ed all'asprezza de' monti, non speravano, forse, le nostre buone Signore, di viver più sollevate o con minor numero di sofferenze? Sia! Purché con quelle Croci non si raggiunga lo scopo contrario.

Quelle Croci piantate in vista dell'italica gente, fuor dalla contaminazione d'ogni bassezza nostra, ricordando il Sacrificio immenso del Golgota, insegnano, con un ricordo persistente e sempre più vivo, che il sentimento di giustizia non poté mai aliare sulla terra perché altri venti vi avvizziscono le buone intenzioni, e più quel sentimento si fa raro quanto più brulica in basso l'affaccendato e poco lindo gregge umano.

Quelle Croci, se parlano, dicono, in un linguaggio schietto di rivolta, ch'è sprecata la propaganda di pace quietista e di supina rassegnazione.

Quelle vostre Croci, o Signore eleganti, che non riuscite più peccatrici efficaci, stanno a rinfacciarci le ipocrisie infinite e le mal celate miserie nostre.

Agli uomini che salgono raramente là su per trovar sollievo dalle quotidiane angosce, perseguendoli ed assillandoli pur là su, ricordano il delitto di chi osa predicare il vero, l'ingenuità di chi spera nella mansuetudine umana.

Il vero? la mansuetudine?

Oh non sono, queste, parole amare, non sono, questi, princìpi sconvenienti, che vanno ricacciati in gola, che devono troncarsi a pena nati, perché le une e gli altri non si assuefanno alle piccine orecchie vostre di ben altre frasi avide?

Ebbene, Signore compuntamente guardinghe, siate più sincere: toglieteci quelle Croci di là su, e non ve le rimettete quando la divina furia de' venti le schianta e le abbatte.

Meno Croci in alto, Signore delicate e pensierose; ma meno anche in basso.

Se volete piantarne là su, almen almeno procurate diradarne il numero fra noi. Non sapete che de' Cirenei s'è perduto lo stampo, e che la nostra Via Crucis è interminabilmente tormentosa? Ma voi non conoscete misura!

La vostra carità è tanto complessa quanto il vostro amore; e come non bastassero le Croci che ci disseminate sui monti, ce ne date ancora qua giù, con una spensierata insistenza, e poi ritornate a moltiplicarne in alto con una prodigalità che è un'aperta sfida ed uno scherno portato troppo per le lunghe.

Ai nostri monti, pur tanto belli, sebbene siano tutti, o quasi, brulli e disadorni, date alberi e non croci.

Gli alberi - ai quali potranno impiccarsi tutti i Giuda del mondo - sono un simbolo universale di bene e di bontà.

Essi, fra le molteplici missioni salubri che compiono, una ne hanno su tutte più efficente [sic] : intercettano la visuale della bassura neghittosamente velata da nebbie e brume.

Benedetti gli alberi che come una cortina spessa di forti rami e di giovani virgulti, di verdissime frondi e di ombrie [sic] violacee, stanno fra due mondi così diversi.

Toglieteci quelle Croci, Signore oranti con tanto apparente fervore, e dateci in loro vece gli alberi. Non l'emblema d'un grande inutile sacrificio desideriamo là su, ma pretendiamo i testimoni della forza fattiva e della sana vita. Datecene molti, con profusione aristocratica, senza preoccupazioni, con prodigalità veramente benefica.

Oh gli alberi alti ed annosi, con i rami dagl'intrecci semplici ma vigorosi, con le foglie purificatrici! Benèfici con i tronchi che diradano i venti, con le foglie che filtrano l'aria ossigenandola, con le nodose e avviluppate radici che rattengono la corteccia del monte e giù non lo rovinano, essi dànno [sic] acqua alle sorgenti quando la siccità persiste, liberano le nostre valli dalle innondazioni [sic] quando la pioggia più le nuvole non contengono.

Alberi santi, alberi benedetti, che trasformate, economizzandole, tante energie dell'universo, che tante forze disciplinate e da brutali trasformate a prò dell'uomo, siate sempre più invocati dalle popolazioni montanine e da loro desiderati, poi che loro date il fuoco nei lunghi stenti invernali, e le quattro assi per il riposo eterno!

Ma chi dà ascolto alla strana voce noiosa e petulante de' solitari amanti de' nostri monti?

Oggi ancora e domani e sempre, finché vi saranno le pietose donnine, rôse non tanto dal rimorso degli amoreggiamenti con fine tatto elusi, quanto dal cruccio di non poterne più tessere né men platonicamente, si raduneranno fra loro e con le meste e solite paroline melliflue stillerano al buon popolo d'Italia il soldino per le Croci di montagna!

Avanti, dunque, avanti, o Croci! Sorgete!

Sorgete su tutte le vette bianche di nevi e brulle di vegetazione. Sorgete sulle diacciate Alpi e sugli Appennini arsi. Sorgete ove la pingue mucca trova nei freschissimi pascoli il latte rigeneratore. Sorgete ove la capra scarna e sparuta invano fiuta un briciolo d'erba tra sterpi e rocce nude. Sorgete ovunque, ma specialmente là dove l'imprecazione del pastore si sferra e scocca per raggiungere la mano rapace di chi ordinò la distruzione di macchie e di boscaglie.

Sorgete, o Croci, men colossali e men costose d'oggi, ma una più ardita dell'altra, a centinaia, a migliaia, sorgete su tutti i nostri monti - ce ne sono tanti nell'Alpi, nell'Appennino e nelle isole dimenticate - sorgete fitte e minacciose.

E quando ve ne saranno tante da inchiodarvi su tutte le buone Signore che, dimentiche de' precetti del Maestro di Nazareth, sciuparono forze e denaro in quest'azione sterile da crocifere, ci diremo soddisfatti.

Che eloquente spettacolo ci vorremo godere allora!

Ai venti faremo invito che non scompongano le vesti per non cimentare la vostra provata verecondia! Al sole che sia pietoso delle vostre manine affussolate [sic], che non conobbero alcun lavoro proficuamente umano. All'acqua che pietà abbia del color de' vostri capelli e della porpora de' vostri pomelli!

E poi che dai vostri corpi logori dal tempo - i vostri corpi non hanno, forse, più ruggine che la Croce del Catria?- si sarà deposto sui monti l'humus il più ferace, verremo a turbe, inneggiando alla vita, e pianteremo alberi dove furono Croci, e li vedremo poi crescere arditi e promettenti.

Né dovremo temere strane sorprese.

Forse in altri ambienti, men puri de' monti, potremmo sorridere di meraviglia scorgendo dal vostro humus nascere boschi foggiati al modo che, forse, Dante cantò e ritrasse Dorè!

Ma su i monti nostri, che nessuna malizia inquina, per una purificazione naturale, tutto ciò che di buono può essere in voi rotolerebbe nelle vallate, ed il resto di voi, tutto il buono che certamente c'è, resterebbe là su purificato, ingentilito, idealizzato da quell'effluvio di voci e di profumi che tutto domina là su, ed a sé tutto e tutti avvince.

Poi che in voi c'è il germe di tante buone opere anelanti alla vita pura, ma fremente; poi che da voi partono stimoli fortissimi, purché non prodotti da idee grette che alterano e svisano bisogni ed aspirazioni: si potrà godere di quell'opera vostra meglio assai d'adesso.

Allora, certo, i lontani nipoti nostri andranno sul Catria rimboschito a fortificare la fibra ed il pensiero, non sotto la scarsa ombra di una gabbia di ferro, tagliata in forma di strana Croce, ma al rezzo d'abeti e di castagni dagli agili tronchi e dalle cime ondulanti. Allora i nostri nepoti, sdraiati su le fresche epatiche vellutate, invitanti al riposo, sotto le felci merlettate e verdissime che, contornate dagli infiniti nimbi argentini delle ragnatele, concilieranno nell'animo loro i migliori proponimenti, mentre il corpo si oblierà deliziosamente, avranno un sincero compatimento per l'età nostra che non conobbe la poesia de' boschi e lasciò metter Croci dove occorrevano alberi.

Ma verrà questo giorno per i nostri nepoti?

Trastulliamoci nella speranza con l'unico conforto di sapere che il voto ardentissimo di tutti noi non è un'orpellatura, non risponde ad egoistici fini, non cerca soddisfazioni nella vanità del momento. La Croce che si pianta oggi, dà oggi stesso la gloria, gloria effimera quanto la durata dell'opera; ma l'albero che oggi piantiamo sarà utile quando noi saremo morti e non farà oggi la gloria di nessuno; ma costituirà la ricchezza di tutte le generazioni venture.

(Appennino Centrale 1907. La Croce del  Catria, pp. 35-42)


Dopo lo schianto del 1907, Don Cesare Celli, senza più il supporto del fratello Raffaele morto nel 1903, organizza una nuova raccolta di fondi che permette, già nell’agosto del 1910, la ricostruzione del traliccio verticale, sulla cui sommità viene posta una piccola croce.

In capo a qualche tempo il vento ebbe ragione anche di questa struttura, e la croce fu di nuovo abbattuta dalle intemperie.

Il ripristino definitivo, anche se con alcune modifiche, in particolare l’orientamento delle braccia e l’eliminazione delle pareti in alluminio della cappella alla base del traliccio, avviene nei primi anni ’60. Su iniziativa del Cardinale Francesco Roberti, nel breve volgere di due anni si organizza e realizza il restauro della croce. Del Comitato esecutivo fanno parte, in qualità di presidente e vicepresidente, il vescovo di Cagli e Pergola Campelli e l’On. Castellucci. Il costo preventivo del lavoro, tutto sommato modesto, viene calcolato in 600.000 Lire. Come opera accessoria viene realizzata,  anche grazie all’intervento del Ministro Rumor e dell’On. Forlani, la strada Buonconsiglio-Valpiana-Vernosa, per un costo complessivo di 30 milioni di Lire (nel 1966 diventa Strada Provinciale). Il 4 agosto 1963 con la celebrazione di una messa solenne presso il rifugio della Vernosa, a 1500 m di quota, viene inaugurata la croce restaurata.

Per il centenario del primo monumento, celebrato il 5 agosto 2001, la croce è stata semplicemente verniciata di grigio e sono stati effettuati lavori di sistemazione della Strada Provinciale 105 che arriva nei pressi della vetta.

La croce sulla cima del Monte Catria.

Tra fede e progresso: le vicende di un monumento che da oltre un secolo sfida la natura “ostile” della montagna.

                                                                                                 vai alle immagini immagini_storia-monumenti/Pagine/la_croce_in_cima_al_Catria.htmlshapeimage_4_link_0

Approfondimenti e riferimenti bibliografici: Appennino Centrale 1907; Barbadoro F., Barbadoro D. 2008; Celli; Celli-Bollettino; Cerioli; Fabrini; Muscolino; Orazi; Premoli; Radicchi; Sterpos; Tomassoni .

L’edizione integrale del Bollettino del Comitato regionale per la Croce sul Catria (anno 1900) è in: eBooks

Approfondimenti e fonti dal web: Atlante Climatico (1971-2000), Aeronautica Militare - Servizio Meteorologico ; Records Meteorologici, Osservatorio Meteorologico “Serpieri” - Urbino ; Storia della Provincia di Pesaro nel ‘900 - ISCOP

Le immagini: in Celli (Treves, Inaugurazione della croce).

Un ringraziamento particolare per le ricerche bibliografiche sulle ferrovie a: Fabio Casini.

Mappe:

La cima del Monte Catria, a 1701 m di altitudine, aperta sul mare Adriatico e svettante sul resto dell’Appennino centro-settentrionale, è certamente avvolta da un clima “ostile”. Ostile nel senso del clima tipico dell’alta montagna appenninica, dove gli elementi della natura sembrano esprimersi con la maggiore intensità possibile. Il vento, presenza costante lassù, raggiunge certamente un’energia notevole. Si pensi alla raffica di 177 km/h registrata al Castello di Frontone (a ridosso del Catria, a 574  m), uguale a quella registrata  sul M. Cimone (2173 m, Prov. MO), e un poco inferiore a quella massima del  M. Terminillo (1875 m, Prov. RI), che ha sfiorato i 182 km/h !  Veri e propri numeri da uragano, ancora più significativi se confrontati con altre raffiche di vento: 146 km/h registrata nella “ventosa” Urbino (476 m, Prov. PU), 106 km/h sui Monti delle Cesane (634 m, Prov. PU), 78 km/h a Falconara (15 m, Prov. AN), 64 km/h a Perugia-S. Egidio (204 m, Prov. PG).

Su quelle stesse montagne, Terminillo e Cimone, le temperature medie scendono al di sotto dello zero per 4-6 mesi l’anno; si registrano valori  sotto lo zero in almeno 10-15 giorni, per 8-10 mesi l’anno; e sono stati raggiunti minimi assoluti di -22,5 °C e -22,2 °C !

Sul Catria le precipitazioni, in genere elevate, subiscono un netto calo nei mesi di luglio e agosto, ma in compenso sono presenti con frequenza “cappelli” e “mantelli” di nubi che ne avvolgono la vetta. Il numero medio di giorni al mese con nebbia varia dai 7 ai 22 su Terminillo e Cimone, contro i 0,6-9,6 di Frontone Castello. L’associazione di questi fenomeni impedisce alla neve di depositarsi con spesse coltri sulla vetta del Catria, ma causa frequentemente compatte croste di ghiaccio e notevoli depositi di galaverna. La vegetazione, di conseguenza, è presente con un lembo di pascolo primario di altitudine e la stessa componente arborea, se l’intervento dell’uomo da tempi immemorabili non l’avesse del tutto distrutta, molto probabilmente sarebbe costituita da una boscaglia bassa, contorta e discontinua di faggi (Fagus sylvatica), farinacci (Sorbus aria) e ramni (Rhamnus alpina).

Lo conoscevano bene questo clima i pastori e i boscaioli che per secoli hanno frequentato il Catria e la sua cima, sapevano bene che lassù nulla di stabile si poteva costruire, al massimo qualche basso muretto a secco per ripararsi dal vento, nient’altro.

Poi la storia ha portato numerose novità e anche sul Catria è arrivato il “progresso”.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento la “seconda rivoluzione industriale”, quella del ferro e del carbone, si afferma anche in Italia. In ferro vengono costruiti edifici, infrastrutture e monumenti. In quegli anni tre linee ferrate circondano il Catria. A Sud del massiccio corre, dal 1866 (ma progettata nel 1856 sotto il pontificato di Pio IX, e per questo chiamata allora la “Pio Centrale”), la strada ferrata Roma-Ancona, che ferma a Fossato di Vico e a Fabriano. A Ovest la “Ferrovia dell’Appennino Centrale” Arezzo-Fossato di Vico, a scartamento ridotto e inaugurata nel 1886, passa per Umbertide e Gubbio. Ha appena compiuto tre anni quando si costruisce la croce del Catria, il tratto della “Ferrovia subappennina”, allora ancora parzialmente in costruzione (e mai terminata per intero, secondo il progetto che prevedeva di collegare Torre de’ Passeri a Santarcangelo di Romagna), che tocca il Monte Catria. Su questa linea, il tronco ferroviario Pergola-Urbino viene inaugurato il 20 settembre 1898. A ridosso delle pendici orientali del massiccio, fermava alle stazioni di Canneto Marche, Frontone-Serra, Acquaviva-Marche e Cagli.  Per completare il quadro, nell’arco di poco più di un decennio, tra il 1869 e il 1883, erano fioriti progetti e proposte di linee ferroviarie che si voleva passassero in tutte le valli principali che circondano il Catria. Per lo più si progetta di tracciare una linea ferrata lungo la valle del Burano, unendo Fossato di Vico a Cagli, passando per Scheggia e Cantiano. Un paio di questi progetti prevede perfino di deviare il tracciato per Chiaserna. Un’ ennesima proposta fa infine passare la ferrovia lungo la valle del Sentino, tra Scheggia e Isola Fossara, unendo così Fossato di Vico a Sassoferrato. Secondo queste idee, rimaste tutte sulla carta, un anello di ferro  doveva stringersi intorno al Catria. In ferro si realizzano in quegli anni non solo le infrastrutture ma anche i “monumenti”. Come la già allora famosa Tour Eiffel, che nel 1900 troneggia sull’Esposizione Universale di Parigi, si costruisce in ferro anche la croce in cima al Catria.

Progresso è anche un diverso atteggiamento nei confronti della montagna, del suo ambiente, delle sue popolazioni e delle loro attività.

Se ne occupano i legislatori italiani con le prime due Leggi Forestali (n° 3917/1877 e n° 277/1910): per difendere e tutelare, razionalizzare e modernizzare il governo dei boschi e delle aree montane.

Nasce e si organizza anche una nuova sensibilità culturale. Nel 1898, ad esempio, si costituisce l’Associazione Italiana “Pro Montibus”, che si prefigge di favorire il rimboschimento e il miglioramento dei pascoli alpini; di patrocinare l’istituzione di giardini e di arboreti alpini e lo sviluppo di tutte le industrie agricole alpine e silvane; di esercitare speciale protezione sulle piante e sulla flora di montagna; “di favorire la conservazione e la propagazione degli uccelli utili all’agricoltura e dei pesci che popolano i torrenti di montagna”. Certamente questa nuova sensibilità ambientale nasceva anche dalla consapevolezza del degrado dei boschi e dei territori montani. Per quanto riguarda il Catria, la devastazione delle sue foreste viene registrata costantemente lungo tutto l’Ottocento. La fame di legna, in particolare per la produzione di carbonella (o carbone vegetale), raggiunge il suo apice proprio nei primi decenni del XX secolo. A cavallo del 1900, lo stato rovinoso dell’Appennino è appassionatamente denunciato in Parlamento,  tra gli altri, dai deputati Giambattista Miliani, di Fabriano, e Angelo Celli, di Cagli.

Le montagne, negli stessi anni, vengono anche elette a meta turistica dagli amanti delle loro bellezze. La scalata di una cima diventa aspirazione di molti. Lo stesso Gioacchino Pecci, che sarebbe diventato papa Leone XIII, da “giovinetto” ama salire sul M. Capreo, a 1470 m di altezza, sui Lepini. Nel 1863 nasce il Club Alpino Italiano, nel 1875 vengono fondate, tra le altre, le sezioni di Ancona, Bologna e Perugia. Tra il 1880 e il 1884 sono presenti soci del Club Alpino sia a Cagli che a Gubbio. Nel 1906 nasce il “Club escursionisti” di Jesi, che l’anno successivo, insieme alle “Società confederate” di Gualdo Tadino, Camerino, Perugia e Cagli, fonda la F.A.U.M. (“Federazione Appenninica Umbro-Marchigiana”). La cima del Catria viene “scalata” nel 1875 dal primo di questi alpinisti, un certo sig. Signorini della sezione di Varallo del C.A.I.,  guidato da Arcangelo Giorgetti di Leccia.

Il progresso passa anche per altre leggi (n° 5489/1888 e n° 397/1894) che si occupano dei territori improduttivi e marginali. In particolare delle montagne, per razionalizzare e modernizzare i loro regimi di proprietà, abolendo i medievali usi civici e assegnandone la piena proprietà anche alle comunità (Università e Comunanze Agrarie) che già ne usufruivano.

Così la croce viene eretta con la concessione e la collaborazione dei nuovi proprietari della cima del Catria: l’”Università degli Uomini Originari di Frontone”, ente collettivo che ne è venuto in possesso nel 1876 (confermato nel 1881). Le cime di Catria e Acuto, come pure una considerevole porzione del massiccio, appartenevano dal XII secolo ad Enti Ecclesiastici: dapprima i monaci Avellaniti, poi, dal 1579, i Gesuiti del Collegio Germanico Ungarico di Roma. Questi beni, nel 1870, erano infine passati al Demanio Nazionale dello Stato, in seguito agli espropri del Regio Commissario Lorenzo Valerio. Nel 1866 lo stesso Monastero di Fonte Avellana e i terreni circostanti erano stati tolti ai monaci Camaldolesi. Lo Stato aveva poi rivenduto i boschi a privati e il monastero al Comune di Serra S. Abbondio. A fine Ottocento era dunque definitivamente tramontato il plurisecolare dominio ecclesiastico sul Catria. Esempi emblematici, questi, della “rivoluzione” in atto all’interno dell’ ex Stato Pontificio. Sono gli anni della “Questione romana”, lo Stato italiano, laico e aconfessionale da una parte e il Papa, rinchiuso nel suo isolamento, dall’altra.

A fine secolo la tensione tra Stato e Chiesa è altissima e lo stesso mondo cattolico vive una lacerazione interna, soprattutto per quei cristiani liberali che credono nelle idee di unità e indipendenza del Risorgimento e che il “non expedit” tiene fuori dalle istituzioni e dalla vita politica del Regno d’Italia. Se la guerra guerreggiata si era conclusa con la presa di Porta Pia, un’altra battaglia viene combattuta in quegli anni, non a colpi di fucile ma di “monumenti”. Nel 1889 si inaugura a Roma la statua di Giordano Bruno, realizzata da Ettore Ferrari. Ideato nel 1876 da un Comitato studentesco, il monumento eretto a Campo de’ Fiori, e che proprio per questo la rivista Civiltà Cattolica aveva ribattezzato “Campo Maledetto”, era stato motivo di discussioni e tensioni, sfociati perfino in  scontri di piazza con arresti e feriti. Anche a Firenze la vicende dei monumenti dedicati a Savonarola sono significative del clima di quegli anni. Nel 1869 i deputati, democratici e anticlericali, Nicola Fabrizi e Luigi Pianciani, avevano proposto di realizzare un monumento che rappresentasse Savonarola nell’atto di maledire la curia papale, che lo aveva condannato al rogo. A “sfidare” questa idea, su iniziativa di Niccolò Tommaseo, nacque un comitato e si aprì una raccolta di fondi con lo scopo di realizzare un monumento a Savonarola di tutt’altro tenore. Nel 1873 questo monumento, realizzato in bronzo e marmo da Giovanni Dupré, viene collocato nel convento di S. Marco, accanto alla cella di Savonarola. Nel 1875 la statua del Frate Domenicano voluta dagli anticlericali, realizzata da Enrico Pazzi, viene posta nel salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio (dal 1921 è in Piazza Savonarola).

Ancora a Roma tra le cupole e i campanili, agli inizi del XX secolo, viene innalzata la cupola rivestita in alluminio traslucido, della nuova sinagoga. Costruita tra il 1901 e il 1904, essa rappresenta il simbolo di un nuovo rapporto tra lo Stato italiano e le diverse confessioni religiose. Alle decorazioni in ferro del nuovo Tempio Israelitico lavora la Ditta Pietro Chicaro, che nel 1901 aveva appena finito di realizzare proprio la croce del Catria. In questo clima l’erezione sulle cime dei monti dei Monumenti al Redentore si dimostra come un episodio della battaglia dei “simboli”, combattuta a colpi di monumenti in quegli anni. Il progetto del Comitato Romano prevedeva la realizzazione di 20 monumenti al Redentore. In realtà le croci innalzate furono molte di più. Nel solo Montefeltro, in un raggio di 20 km, ne vengono innalzate tre: sul M. Carpegna, sul M. Faggiola e sul M. S. Paolo. A ben leggere gli elenchi degli oblatori e degli organizzatori del Comitato per la croce sul Catria emerge chiaramente l’assenza dello Stato italiano. Sono coinvolti nell’organizzazione e nella raccolta di fondi, insieme a tutta la gerarchia ecclesiastica (abati, arcipreti, parroci, pievani, canonici, curati, di 21 Diocesi), “signore” (almeno 12, secondo i documenti riportati da Radicchi), cavalieri, conti, marchesi e un gran numero di parrocchiani, ma nessuna autorità civile. All’inaugurazione mancano Sindaci, Prefetti, Onorevoli e Ministri. Se si esclude un “drappello militare” (che aveva trasportato il materiale), lo Stato italiano è del tutto assente. Ciò non sorprende se si considera che al Giubileo dell’anno precedente non avevano partecipato i rappresentanti del Regno d’Italia, e ciò era in qualche modo “pacifico”, né Sovrani o Principi delle maggiori nazioni del mondo Cattolico, né gli intellettuali laici (o “laicato intelligente” come scrissero allora).

Eppure intorno alla croce, in occasione dell’inaugurazione del 1901, è comunque presente una gran folla. Questi pellegrini erano saliti a piedi, a dorso di mulo o a bordo di “tragge” o “trascini”, da Fonte Avellana, Isola Fossara o Chiaserna, per mulattiere e sentieri. Ascensione che richiese di certo un impegno fisico non piccolo. Quale che fosse il vero numero dei presenti, stimato tra i 2500 (Radicchi) e gli oltre 10.000 (Celli), certo è che in cima al Catria tanta gente insieme non c’era mai stata e, finora, non c’è sicuramente più stata ! Anche questa folla rappresenta lo specchio dei tempi, le masse popolari erano diventate oggetto di un’attenzione mai ricevuta fino ad allora: censite, alfabetizzate e coscritte. Ma anche soggetto attivo in nuove forme di organizzazione sociale, politica e sindacale. Nella provincia di Pesaro e Urbino ad esempio, nel 1906 si formano le prime leghe mezzadrili e le prime cooperative di consumo.


Mezzo secolo divide la prima dalla seconda inaugurazione, eppure nel 1963 intorno alla croce restaurata c’è un’Italia radicalmente diversa. Quella della Democrazia Cristiana saldamente al governo, del “miracolo economico”, delle autostrade in espansione e delle ferrovie in declino. Proprio nel 1963 partono i primi cantieri dell’autostrada Bologna-Rimini e i progetti esecutivi della Rimini-Ancona. Nel 1955 si progetta la camionabile dei due mari, la futura Fano-Grosseto, ed è del 1968 la prima idea della “pedemontana”. Al contrario la ferrovia Pergola-Fabriano, già mancante del tratto Pergola-Fermignano (distrutto sul finire del 2° Conflitto Mondiale), viene chiusa, per qualche tempo, perché considerata un “ramo secco”, il 5 dicembre 1963. Nell’estate dello stesso anno, intorno alla croce del Catria appena restaurata, ci sono autorità civili e religiose insieme, coinvolte non solo nei festeggiamenti ma anche nell’organizzazione e nella raccolta dei fondi.

Sul Catria si inaugura allora, insieme alla croce ripristinata, una strada di montagna appena costruita (il primo tratto da Buonconsiglio presso Frontone a Valpiana era già stato realizzato negli anni ’50), la prima a violare il massiccio e opera integrante del progetto di restauro della croce. Così all’inaugurazione le autorità e i pellegrini giungono fino ai 1500 m di quota della Vernosa con una lunga teoria di automobili.

Sono gli anni del benessere, del turismo di massa e del petrolio... Eppure nell’Italia del “boom economico” lo spopolamento del territorio del Catria è il fenomeno storico più rilevante. Cresciuta costantemente, almeno dall’Unità d’Italia, la popolazione dei cinque comuni del Catria, nel ventennio a cavallo del 1963, subisce un vero e proprio collasso. Tra il 1951 e il 1971 gli abitanti dei Comuni di Cagli, Cantiano, Frontone, Scheggia e Pascelupo, Serra S. Abbondio, si riducono del 30%, passando da 25.470 a 17.852. Fenomeno ancora più accentuato per i residenti nelle case sparse e nei piccoli borghi della porzione più eminentemente montana, dove c’è stato un vero e proprio crollo demografico.

Forse anche l’abbandono della montagna è tra le cause che portano alla “rinaturalizzazione” dell’Appennino iniziata in quegli anni. Così, sotto la nuova croce del Catria, la macchia rada e stentata mostra già i primi evidenti segni di ripresa verso il bosco e la foresta.