A dare fama e immortalità, almeno letteraria, all’eremo di Fonte Avellana e al Monte Catria, sono alcuni versi della Divina Commedia.

L’episodio si svolge nel Paradiso, dove Dante, asceso al cielo di Saturno, si trova di fronte ad una scala dorata, talmente alta da non riuscire a scorgerne la cima. Lungo di essa scendono le anime dei contemplanti della vita solitaria, che si mostrano a Dante come scintillanti “splendori”, numerosi quanto le stelle, i cui movimenti sono paragonati dal Poeta a quelli di uno stormo di uccelli, le “pole”. Esse, risvegliate dal freddo notturno, si lanciano in voli diversi: chi allontanandosi, alcune ritornando ai loro posatoi, altre infine, roteando, restano attorno allo “scalèo”.

Di color d’oro in che raggio traluce,

Vid’io uno scalèo eretto in suso

Tanto, che nol seguiva la mia luce.

  Vidi anche per li gradi scendere giuso

Tanti splendor, ch’io pensai ch’ogni lume

Che par nel ciel quindi fosse diffuso.

  E come per lo natural costume

Le pole insieme al cominciar del giorno

Si muovono a scaldar le fredde piume;

  Poi altre vanno via senza ritorno,

Altre rivolgon sé onde son mosse,

E altre roteando fan soggiorno;

  Tal modo parve a me che quivi fosse

In quello sfavillar che ‘nsieme venne,

Sì come in certo grado si percosse:

  E quel che presso più ci si ritenne

Si fe’ sì chiaro, ch’io dicea pensando,

Io veggio ben l’amor che tu m’accenne.

(Paradiso XXI, 28-45)


Uno dei beati si avvicina a Dante il quale, sollecitato da Beatrice ad approfittare di questa disponibilità, gli rivolge alcune domande. Alla richiesta di chi fosse, ecco infine lo spirito rivelare la propria storia e identità:

“  Tra duo liti d’Italia surgon sassi,

E non molto distanti alla tua patria,

Tanto che i tuoni assai suonan più bassi:

  E fanno un gibbo che si chiama Catria,

Di sotto al quale è consecrato un ermo,

Che suol esser disposto a sola làtria. ”

(Paradiso XXI, 106-111)

A rivolgersi a Dante con queste parole è S. Pier Damiani, che parla di sé iniziando a descrivere l’eremo in cui si era ritirato a vita contemplativa, la sua localizzazione e l’alta montagna che lo sovrasta.


Al termine del dialogo altri spiriti si avvicinano a Pier Damiani, e così Dante conclude il canto:

Dintorno a questa vennero e fermarsi,

e fero un grido di sì alto suono,

che non potrebbe qui assomigliarsi:

né io lo ‘ntesi; sì mi vinse il tuono

(Paradiso XXI, 139-142)

                                                                                                  vai alle immagini immagini_storia-monumenti/Pagine/Dante_Fonte_Avellana_e_il_Catria.htmlimmagini_storia-monumenti/Pagine/Dante_Fonte_Avellana_e_il_Catria.htmlshapeimage_4_link_0shapeimage_4_link_1

Approfondimenti e riferimenti bibliografici: Angelini 2010. Barbadoro D., Barbadoro F. 2008. Morici 1899. Morici 1904. Nicoletti 1903. Pandolfi, Giacchini. Poggiani, Dionisi. Somigli 1982.

Un particolare ringraziamento a: Giulietto Giulivi (Senigallia - AN) per le foto del Gracchio corallino; Sarah Gregg (Roma) per la registrazione del verso del Gracchio corallino.

Mappe:

E' possibile una lettura dantesca di alcuni aspetti del paesaggio e della natura del Monte Catria, nei dintorni di Fonte Avellana?

Forse non sono solo le parole di S. Pier Damiani, più famose ed esplicite, a parlare del Catria, ma anche l’iniziale parte descrittiva dello stesso Canto XXI: lo scalèo d’oro e lo “stormo” dei beati paragonati alle “pole”, permettono di “descrivere” una ben precisa porzione della nostra montagna e alcuni dei suoi più particolari abitanti. Le “pole” descritte da Dante, che vengono identificate più o meno genericamente con dei corvidi, e a volte, a seconda del commentatore o del vocabolario, con la Cornacchia, la Mulacchia o Taccola, la Gazza, la Beccaccia e il Gracchio, le troviamo a poca distanza da Fonte Avellana. La storica e antica mulattiera, ora divenuta Strada Provinciale, che dal monastero conduce alla cima del Catria si insinua tra la Balza dell’Aquila e la Porrara, sulle cui pareti nidifica proprio una cospicua e vitale colonia di Gracchio corallino.

Non c’è escursionista o visitatore del Catria che prima o poi non sia stato attirato dal risonante gracchiare di uno stormo di questi uccelli e non si sia soffermato ad ammirare le loro gioiose evoluzioni aeree. Osservarli, in particolare partire, gettarsi e roteare intorno al maestoso sperone roccioso della Porrara, non può non riecheggiare i versi danteschi.

Il Gracchio corallino (Pyrrhocorax pyrrhocorax L.) è un corvide dal piumaggio nero e lucido, che contrasta con il rosso corallo del lungo becco ricurvo e delle zampe. E’ un uccello gregario che vive esclusivamente in ambienti montani. La colonia di gracchi corallini del Monte Catria è la più settentrionale dell’Appennino, quindi di grande rilievo biogeografico.

La Balza o Balzone della Porrara sovrasta imponente la via delle Scalette. Si tratta di un notevole affioramento di Calcare rupestre fortemente piegato. Ha l’aspetto di un’”abside gotica”, caratterizzata da un crinale affilato e "gradonato", che s’innalza verticale, come uno “scalèo” naturale, sul bosco circostante, fino a raggiungere i 1198 metri della cima.

Con questa “rilettura” ci permettiamo di affrontare con un modesto contributo l’annosa e, forse, mai risolta questione dell’effettivo soggiorno di Dante a Fonte Avellana. La tradizione, attestata già dal XVI secolo (Filippo Ridolfi, abate commendatario, fece realizzare nel 1557 un busto di Dante e una lapide commemorativa), lo riteneva un fatto scontato, tanto che nel Monastero era stata identificata perfino la “camera di Dante”. Ma la critica storico-letteraria, valutando scarsamente consistenti i documenti relativi (sostanzialmente i versi della Commedia), ne mise in dubbio la veridicità storica. A cavallo tra ‘800 e ‘900, ad incrociare le "penne" furono in particolare Medardo Morici (1866-1912) e Luigi Nicoletti (1874-1936), e alla luce delle attuali conoscenze la questione dantesca è tuttora aperta.

Questo è il “grido di sì alto suono” lanciato dalle “pole”, Gracchi corallini.