Una passeggiata lungo l'alta valle del torrente Cinisco è consigliabile prima di tutto per la bellezza del paesaggio. La piccola strada, pressoché pianeggiante, si snoda lungo le sponde del fiumicello, guardata alle spalle dal Castello di Frontone e dominata davanti dagli imponenti fianchi del Catria e dell'Acuto, spezzati da nude balze rocciose e avvolti da boschi estesissimi. Ancora più consigliabile è compiere questa escursione a fine primavera.

Chi percorresse a giugno questa via, poco dopo le case di Foce noterebbe, ai lati della strada, delle piante particolari. Alte più di un uomo, dal fusto cilindrico, spesso come una canna, lucido, coperto da un velo ceroso, avvolto da ampie guaine da cui si sviluppano grandi foglie divise e ramificate in sottili lacinie bicolori, verdi e glauche. All'apice dei numerosi rami in cui si divide il fusto, si trovano grandi ombrelle globose, dai fiorellini gialli, apprezzati dai numerosi insetti che gli ronzano attorno e vi si posano sopra. Proseguendo la passeggiata, raggiunti i piccoli agglomerati di Casaccia, Prataccio o di Caprile, si potrebbe apprendere da qualcuno del posto che sono piante che assomigliano al Finocchio selvatico, eppure di nessun valore, e per questo chiamate Finocchiacci. Alla domanda "... ma si trovano solo da queste parti?", con un po' di fortuna si verrebbe a sapere che crescono anche più in alto, oltre le Grotticciole, su per i Pianelli di Ferleta fino a Bocca della Porta e Ferleto sotto la Grotta della Ghiésola. Certo se della compagnia fosse stato un botanico avrebbe già determinato quelle piante come Ferula glauca. E poi, davanti ai nomi di quei posti, avrebbe apprezzato anche che la toponomastica popolare, con le denominazioni di Ferleta e Ferleto, riconosce alla Ferula il valore di elemento caratteristico ed emergente del paesaggio. Se poi al gruppo si fosse aggregato anche uno storico, intorno alla nostra pianta e soprattutto alle località in cui cresce avrebbe raccontato una storia che risale fino al medioevo...

Nella prima metà del XVIII ha percorso questa stessa via un giovane monaco camaldolese, che sarà il nostro primo compagno di viaggio. Di "statura giusta, d'occhi vivaci e lucenti, di complessione resistente" [Fantuzzi: p. 326] Mauro Sarti, lettore di Filosofia a Fonte Avellana fino al 1745, si era dato alla raccolta dei documenti riguardanti la storia del monastero che l'ospitava.

Commentando le Bolle dei Papi Innocenzo II (anno 1139) e Onorio III (anno 1218), che enumerano e confermano i possedimenti del Monastero di Fonte Avellana, a proposito della chiesa di S. Fortunato di Capitale, citata nella Bolla di Onorio, e soprattutto della chiesa di S. Bartolomeo di "Fleruleta", presente nel diploma di Innocenzo, Sarti scrive:

"Capitale fu un vecchio castello, del quale si vedono ancora alcuni resti andando dal monastero di Fonte Avellana verso Frontone. Un tempo era anche chiamato Castello di Foce Capitale. Ora tale nome è ancora attribuito alla località di Foce, nome che senza dubbio ben si confà alla realtà del posto, essa è infatti in una stretta gola tra i monti.

Ma la chiesa di S. Bartolo [sic] era collocata a cinquecento passi da quel luogo, nel fondo di una valle chiusa da ogni parte, alle radici del Catria, lungo il confine del territorio cagliese. Le rupi altissime dei gioghi del Catria dividono per un lungo tratto questa lunga valle da quella in cui è sito il Monastero dell'Avellana, entrambi i luoghi si può affermare che siano adattissimi alla vita eremitica, ma questo di cui si tratta è oppresso da un'aria ancor più pesante e stretto da una cinta di monti ancor più orrida.

La chiesa di S. Bartolomeo [sic] era tutta di pietra, fino al tetto, come mostrano i resti delle sue non esigue mura, dalle quali capiamo facilmente sia la sua forma che la sua dimensione, che non era affatto grande. Aveva un solo altare, la cui grandissima mensa in pietra, ora caduta a terra, si può ancora vedere lì.

Chi reggeva la chiesa, con il titolo di Priore o Rettore, aveva la cura delle anime del Castello di Foce Capitale, ma che in seguito fu tolta e passò al Castello di Frontone, e i suoi esigui beni furono assegnati al monastero camaldolese di Pesaro [S. Maria degli Angeli].

Fin dall'anno 1095 era presente l'eremo di S. Bartolomeo, come si evince da « Atto filio Raineriu agri jugera duo donasse ... in eremo S. Bartholomeo apostolo, qui edificatum est in territorio Callense in ipsa foce de S. Fortunato: a primo latere ... a secundo latere res de S. Silvestro» (dall'Archivio Avellanense Fasc. III num II). Non ho alcun dubbio che in effetti questo eremo nella Foce di S. Fortunato fosse lo stesso di cui trattiamo, infatti era sito nel territorio cagliese, il campicello donato all'eremo era nei pressi del Castello di S. Abbondio, dove il monastero di S. Silvestro di Nonantola possedeva un tempo molti terreni e ancor oggi vi mantiene dei diritti; tutto ciò ben corrisponde al nostro eremo di S. Bartolomeo. Rimane altresì oscuro quando esso sia pervenuto agli Avellaniti."

[Mittarelli, Costadoni 1773: pp. 48-49].

Trascorrono poco più di due secoli ed ecco passeggiare tra Foce e Caprile una coppia di storici di grande erudizione e sensibilità, che saranno le nostre ulteriori guide. Il primo è Don Celestino Pierucci, frontonese e monaco di Fonte Avellana. Storico rigorosissimo e al contempo profondo conoscitore di questi luoghi, Don Celestino con la scrittura essenziale del ricercatore che attinge direttamente ai documenti e ai fatti, così scrive del castello di Capitale: "Era situato all'imbocco della vallata della Foce in cima al monte che si erge tra l'attuale capoluogo e la frazione della Foce, di fronte, ma ad un livello più basso, al castello di Frontone. Oggi non ne restano che il nome e pochi ruderi appena visibili a chi sale sul posto." All'interno del distretto di Capitale sorgeva la chiesa di S. Fortunato, " ... che si trovava presso il monte di Frontone, all'imbocco cioè della vallata della Foce, nel punto, molto probabilmente, in cui di recente, in occasione di sterro, si sono trovate molte ossa umane... ". Della localizzazione della chiesa di S. Bartolomeo invece Pierucci si limita a citare la testimonianza di Sarti, senza ulteriori commenti. Alla sua precisione storica non sfugge però che l'asserzione di Sarti, secondo la quale "il priore o rettore di S. Bartolo esercitava un tempo anche la cura d'anime nella Foce di Capitale" non è comprovata da alcun documento conosciuto. [Pierucci 1988: pp. 19, 35, 41]. L'eredità intellettuale dell'erudito settecentesco sembra abbia trovato in Pierucci la sua più compiuta realizzazione. Ma un qualcosa di più profondamente umano sembra unire i due storici: le parole con cui Don Romeo Mori, suo confratello, ricorda Don Celestino sembrano ricalcate su quelle che secoli prima tratteggiavano l'abate Sarti, quasi ad unire le due persone: "...uomo forte, rigido, rude che dietro due occhialetti sulla punta del naso presenta due occhi luminosissimi pieni di gioia, pieni di serenità" [Don Romeo Mori  in: Fatica et al.: p. 20].

La nostra altra guida è Luigi Michelini Tocci che riporta, in un'opera memorabile dedicata agli eremi e ai cenobi del Catria, le sue osservazioni su S. Bartolomeo di Feruleta:

" Ancora un grande serrone verso levante, e altri minori che degradano fino all'altezza del castello di Frontone. Guardando il Catria da questo aereo castello, si ha la visione da levante di tutta la parte centrale del massiccio. Sotto i due gibbi, del Catria propriamente detto e dell'Acuto, si stende, come un immenso velario bruno, la zona più inospite ed orrida della montagna, le Balze della Porta: delle enormi pareti rocciose interrotte da canaloni, dove si annidano ciuffi di macchia scura, strapiombanti su forre profonde, sulle quali fuma quasi perpetuamente la nebbia. Una strada parte dalle case di Frontone bassa e si inoltra verso le Balze, salendo lievemente lungo il letto del torrente. Di lì a poco, in una stretta della valle, le case di Foce, detta anticamente anche Foce Capitale, per il monte omonimo che incombe a levante, e in cima al quale era un castello. Quindi la valle torna un poco d allargarsi si giunge ad un bivio: a sinistra si va verso Fonte Avellana, a destra si va verso Caprile, un grumo di case rappreso alla pendice del monte Valcanale.

Non più di trecento metri a monte di Caprile, dove il letto del torrente forma un'ansa, sorgeva mille anni fa l'eremo di S. Bartolomeo di Feruleta. Ai margini di un campo, presso una stradina, la terra lavorata restituisce ancora in abbondanza pietre, calce, frammenti di coppi (Fig. 23). Forse, scavando sotto la siepe verso la strada, si ritroverebbe la linea di un muro. Qui l'antico ambiente naturale circostante è difficilmente ricostituibile. Secoli di lavoro umano paziente e magrissimo hanno dissodato con la zappa, anno dopo anno, le pendici brecciose e scoscese, riuscendo persino a farvi attecchire qualche tisica vite, contrastandola all'aridità e ai geli. Ma basta alzare il capo, ed ecco lassù la balza e la selva, le vere dominatrici del luogo, pronte a riprendersi le piccole superfici che gli uomini hanno loro strappate, il giorno che essi se ne andassero via.

La strada compie ancora due svolte, e, dietro uno scheggione di roccia, d'improvviso ci si trova in una gola chiusa da ogni parte da picchi rocciosi e selvosi strapiombanti, di una grandiosità imponente e un poco sinistra. Un paesaggio dantesco. Il letto del torrente, quasi sempre secco, che la taglia nel mezzo, è formato da enormi massi che di lontano suggeriscono l'immagine dell'accavallarsi di onde rapinose e tumultuose che un incanto abbia pietrificato. Qui l'aria è sempre immobile, anche quando in alto, sulla cresta delle balze, il vento fischia e torce gli arbusti; è ghiaccia come Cocito in inverno, afosa e piena di insetti in estate. Un silenzio magico e tetro vi incombe. La gola che ha lo strano e antico nome di Moccicchiosa, del quale non sono riuscito a scoprire l'origine, si restringe ancora e diventa ripidissima, poi si allarga nuovamente a una svolta e si distende in piccoli prati e valloncelli, proprio sotto il velario delle balze, prendendo il nome di Bocca della Porta.

Intorno al cenobio e su lungo la gola e alla Bocca, dovevano essere sparse le celle. Un anfratto delle balze ha il nome di Grotta della Ghiesòla (Chiesuola).

Anche quest'eremo fu sotto l'obbedienza dell'Avellana. Decadde e rovinò completamente nel secolo XVI, dopo la soppressione della Congregazione Avellanita. Fino a non molti anni fa, si vedevano ancora le mura perimetrali della piccola chiesa e l'altare di pietra"

[Michelini Tocci 1972: pp. 55-57]

Da queste parole traspare con forza la precisione dello storico, ma anche la profonda vicinanza affettiva di Michelini Tocci a questi luoghi. Tra le righe riecheggiano ancora le osservazioni del monaco camaldolese che ci aveva preceduti, diversi secoli prima, su questa stessa via. Certo la localizzazione della chiesa secondo Michelini Tocci non coincide con la descrizione di Sarti, ma i rilievi sul campo sono da considerarsi una buona ipotesi, su cui basare eventuali e più approfondite ricerche. Anche se vicine a noi nel tempo, le parole e le immagini dello storico cagliese ci appaiono però già remote. Oltre Caprile infatti nessuno ara più quel campicello e le viti sono del tutto scomparse, così che la natura sembra voglia riprendersi quella terra, dando ragione a Michelini Tocci, le cui parole suonano profetiche. Eppure... Eppure tra Foce e Caprile una cava ha mangiato un’enorme porzione della montagna. Eppure dietro lo “scheggione di roccia” oggi non vediamo più il paesaggio dantesco evocato da Michelini Tocci: al posto degli enormi massi c'è un piazzalone breccioso e il letto del torrente è scomparso, costretto in una tubatura sotterranea. Circa un decennio dopo la descrizione dello studioso cagliese infatti è stata realizzata qui la base di partenza di una funivia, così che la valle delle Grotticciole, secondo quel progetto, è stata trasformata in un grande parcheggio. Con buona pace degli eremiti di un millennio fa, che qui cercavano silenzio e solitudine!

Scomparse le ultime vestigia del castello di Capitale e della chiesa di S. Bartolomeo, trasformato profondamente il paesaggio che li circondava, ci rimane però ancora un'ultima traccia di quella storia così lontana. La Fèrula, che ha dato il nome a questi luoghi e alla chiesa che vi sorgeva, cresce ancora abbondante e spettacolare, per chi la sa apprezzare, quasi a ricordarci quei tempi eroici e la forza della natura sempre pronta a riprendersi i suoi luoghi.

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Approfondimenti e riferimenti bibliografici: ASP Cat. Pont.; Barbadoro D., Barbadoro F. 1997; Barbadoro D., Barbadoro F. 2008; Fantuzzi; Fatica et Al.; Gibelli; Michelini Tocci; Mittarelli, Costadoni; Pignatti .

Approfondimenti e fonti dal web: Ricordo di Luigi Michelini Tocci, umanista e letterato. Ferula glauca.

La foto di Caprile e dell’alto Cinisco, di Luigi Michelini Tocci,  è tratta da: “Eremi e Cenobi del Catria” (Fig. 23) p. 53.

Il brano tratto da Mittarelli, Costadoni è stato liberamente tradotto dal latino da Franco Barbadoro.

Mappe:

La Ferula glauca (in italiano detta anche Fèrola e Mazza grande) è una specie appartenente alla famiglia delle Umbelliferae (o Apiaceae). Le piante, perenni, sono in genere alte 2-3 m, hanno la radice grande tenace e molto sviluppata. Il fusto è cilindrico, finemente striato, di colore verde o verde-violaceo, spesso ricoperto di uno strato ceroso. Le foglie basali sono molto grandi, lunghe fino a 50-60 cm, più volte divise. Quelle superiori, più piccole, hanno ampie guaine che avvolgono la parte basale dei rami. Le infiorescenze sono costituite da ombrelle di 20-40 raggi prive di involucri. I fiori hanno piccoli petali gialli. I frutti, di circa 15 mm, sono ovali o ellittici, appiattiti e con due brevi ali laterali. Per alcuni autori Ferula glauca è sottospecie di F. communis, dalla quale si distingue per i segmenti estremi delle foglie più larghi (> 1 mm) e con le due facce di diverso colore (verde lucente sopra, glauco sotto). La specie ha una diffusione mediterranea, in Italia è presente nelle regioni centro-meridionali. Sul Catria non è molto diffusa, è localizzata in prevalenza nelle gole, lungo le pendici erbose sassose e rocciose, ai margini delle strade. Cresce in genere a quote basse, dai fondovalle fino ad un massimo di 900 m di altitudine. Oltre che lungo l'alto corso del Cinisco, ne troviamo alcune ricche popolazioni anche alla Gola del Corno, in quella delle Fucicchie, e, poco lontano dal massiccio, presso la Madonna del Sasso.

Come spesso accade piante imponenti o vistose che formano ricchi popolamenti non passano inosservate e danno il nome a diverse località. In questo caso Ferleta o Feruleta. Toponimi, o più tecnicamente fitonimi, che ritroviamo in un documento del 1196, che meglio localizza la chiesa di S. Bartolomeo. E ancora leggiamo un "de Fleruleta" nel 1139, leggermente modificato, forse per un errore di trascrizione o più probabilmente per cattiva comprensione.


Cristoforo Sarti (Villa Fontana, prov. di Bologna 1709 - Roma 1766) vestì l'abito religioso camaldolese nel Monastero di Classe presso Ravenna nel 1728, prendendo il nome di Mauro. Particolarmente dotato intellettualmente, approfondì i suoi studi a Roma, spaziando dalla filosofia alla teologia, dal diritto all'epigrafia. Terminati gli studi passò, come lettore di filosofia, al monastero di S. Biagio a Fabriano e poco tempo dopo a quello di Fonte Avellana. Appassionato soprattutto di storia sacra e profana, il giovane professore si dedicò durante questo soggiorno a rintracciare e raccogliere i documenti relativi all'antico monastero in cui risiedeva, concependo l'idea di scrivere le "Antiquitates Avellanenses". Nel 1745 Sarti lasciò Fonte Avellana per occupare cattedre più illustri, poi nel 1755 divenne Abate del monastero di S. Gregorio a Roma e, nel 1765, venne eletto Procuratore Generale dell'Ordine Camaldolese. Per queste ragioni e per la prematura scomparsa, l'opera su Fonte Avellana rimase incompiuta e l'eredità dell'abate passò ad altri storici camaldolesi. Qualche anno dopo infatti Giovanni Benedetto Mittarelli (Venezia 1707 - 1777) e Anselmo Costadoni (Venezia 1714 - 1785) ebbero modo di consultare  i commenti e le carte di Sarti, che pubblicarono infine nei loro "Annales Camaldulenses".

La base documentale su cui l'Abate Sarti basa la sua ricerca è costituita da due pergamene, citate in seguito da diversi storici e pubblicate recentemente da Pierucci e Polverari nelle "Carte di Fonte Avellana". Il più antico di questi documenti è relativo all'eremo di S. Bartolomeo. L'originale è ora presso la Galleria Nazionale di Urbino e consiste nell'atto di donazione di un terreno all'eremo di S. Bartolomeo, da parte di un certo Atto figlio di Raniero, per la remissione dei suoi peccati e di quelli dei suoi parenti. A questa data, dicembre 1095, si ha dunque la certezza della presenza nel territorio di Foce di un eremo, della relativa chiesa e di una sua amministrazione, non meglio precisata ma certamente autonoma. Il documento successivo, il cui originale è ora presso l'Archivio Segreto Vaticano, viene redatto poco meno di cinquant'anni dopo. Papa Innocenzo II, nel confermare i possessi e i diritti dell'eremo di Fonte Avellana, elenca tra gli altri il "castrum Capitali" e la chiesa di "Sancti Bartholomei de Fleruleta". Evidentemente l'eremo era venuto meno e non c'erano stati sviluppi cenobitici, quindi di S. Bartolomeo era rimasta la sola chiesa, che era finita tra le pertinenze di Fonte Avellana, in quegli anni in grande espansione.

In un'ulteriore documento, papa Celestino III nel 1196 conferma a Fonte Avellana il possesso della chiesa di S. Bartolomeo "de Ferleta".

Altri storici si sono occupati del territorio di Foce e dell'eremo di S. Bartolomeo, tutti citando sostanzialmente questi documenti e i commenti di Sarti. Per primo Alberto Gibelli (1825-1907), anche lui monaco e abate camaldolese, che aggiunse un ulteriore documento, dal quale apprendiamo che nel 1568 a D. Paride Sperandio, rettore della chiesa di S. Bartolo della Foce Capitale, l'allora abate commendatario di Fonte Avellana, il cardinale Giulio Feltri della Rovere figlio del duca d'Urbino Francesco Maria, aveva concesso gratuitamente in enfiteusi un "tenimento denominato S. Bartolo posto nel medesimo territorio". Tale concessione aveva lo scopo di "continuare i cominciati restauri della sua chiesa e con più alacrità promovervi il culto divino". Nello stesso anno il monastero di Fonte Avellana, nel rinnovare al comune di Frontone la concessione in enfiteusi di due ampi tenimenti sul Catria, ne escludeva l'appezzamento concesso alla chiesa di S. Bartolomeo, pur essendo esso "inchiuso" negli stessi. Molto probabilmente il tenimento di S. Bartolo è rintracciabile nella ripida pendice erbosa circondata da muri a secco, lungo il versante Sud di Genga Capraia, ancora oggi denominato Serrone di Bartolo. In seguito alla soppressione dei monaci Avellaniti del 1569, ricorda infine Gibelli, che tra le chiese e i relativi beni, ma non la cura delle anime, assegnati al costruendo monastero camaldolese di S. Maria degli Angioli a Pesaro, c'era anche S. Bartolo della Foce Capitale. [Gibelli pp. 218-219, 223 n. 1].

Gli stessi documenti e i relativi commenti ritroviamo sostanzialmente nel lavoro più recente degli storici Gottardo Buroni  e Giuseppe Palazzini. Il primo però identifica l'eremo di S. Bartolomeo con la chiesa di S. Fortunato di Foce Capitale, che correttamente Palazzini distingue nettamente. Quest'ultimo d'altra parte sembra individuare nella località di Caprile il sito in cui sorgeva il Castello di Capitale, ipotesi interessante ma che confligge sia con la posizione topografica di Caprile, sia con la vicinanza all'eremo di S. Bartolomeo. Troviamo inoltre il toponimo di S. Bartolomeo proprio nell'area di Caprile nel Catasto Pontificio, risalente ai primi decenni del XIX secolo, ma senza alcuna indicazione di edifici.

A dare localizzazione più precisa e attendibile al castello di Capitale e alla chiesa di S. Fortunato sarà infine Celestino Pierucci (Frontone 1926 - Brescia 1992). Monaco camaldolese, Pierucci è lo storico che, si può a buon diritto affermare, porta a compimento l'opera ideata da Mauro Sarti, con la pubblicazione, tra il 1972 e il 1986, dei primi tre volumi delle Carte di Fonte Avellana.  La particolarità di Don Pierucci è che al grande e accuratissimo lavoro di ricerca archivistica ha associato "naturalmente" una profonda conoscenza del territorio di Fonte Avellana e del Catria. Tra i numerosissimi contributi storici di Pierucci non poteva mancare una monografia su Frontone, suo paese natale, dove con il rigore dello storico enumera, tra gli altri, il castello e le chiese che nel medioevo sorgevano lungo l'alto corso del Cinisco: il castello di Capitale e le chiese di S. Fortunato e di S. Bartolomeo.

Ad occuparsi più o meno negli stessi anni della storia di Fonte Avellana  è Luigi Michelini Tocci (Cagli 1910 - Roma 2000): Scrittore presso la Biblioteca Vaticana, Conservatore del Gabinetto Numismatico, Professore di Biblioteconomia e di Epigrafia. Erudito ed umanista, ma anche grande divulgatore, Michelini Tocci ha dedicato alcune di queste opere alle vicende delle sue montagne natali il Nerone, il Petrano e il Catria.